Elezioni Spagnole Bis

In Spagna dopo mesi di trattative tra i quattro maggiori partiti non ci sono stati i presupposti per la formazione del governo (maggioranza parlamentare) dopo il fallimento anche dell’ultimo giro di consultazioni del re Filippo VI. Il 26 giugno si terranno nuove elezioni legislative. Nelle ultime elezioni (dicembre 2015) il risultato elettorale ha prodotto un Parlamento molto frammentato e per la prima volta dal 1982 si è presentata la necessità di formare un governo di coalizione
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<<Le difficoltà e le accuse.>> Il segretario socialista Pedro Sánchez ha provato fino all’ultimo a diventare premier; Pablo Iglesias pare che abbia impedito per primo la formazione di un governo e Mariano Rajoy ha bloccato il Paese. Podemos dal suo punto di vista incolpa Sánchez di non aver voluto formare un governo di sinistra.

“Ahh! ITALIANS!…” La notizia viene commentata dal premier italiano Matteo Renzi: “Leggevo di nuove elezioni in Spagna. Con l’Italicum e le Riforme Costituzionali l’Italia è oggi il Paese europeo più stabile”.

Comunque sulle varie testate che trattano le elezioni spagnole si vocifera che con le elezioni di giugno gli scenari possibili potrebbero essere:

Una maggioranza di centrodestra
Coalizione tra il Partito Popolare (PP) e Ciudadanos (in ital. Cittadini), il partito catalano moderato centrista fondato nel 2006. Entrambi sono nettamente contrari all’indipendenza della Catalogna, la comunità autonoma spagnola che ha come capitale Barcellona, e condividono idee economiche simili. Un accordo tra PP e Ciudadanos risulta comunque poco probabile per la scarsa fiducia di Ciudadanos in Mariano Rajoy e per diffidenza reciproca nata durante le negoziazioni e nell’accordo che Ciudadanos stava trovando con il Partito Socialista. Rajoy è stato molto criticato negli ultimi mesi per gli scandali che lo hanno coinvolto insieme a Luis Bárcenas, ex tesoriere di partito, in transazioni illegali di denaro da parte di importanti imprenditori e imprese spagnole a favore di esponenti politici del PP in cambio della promesse di appalti pubblici. Si tratterebbe di pagamenti illegali, perché i membri del governo spagnolo non possono percepire alcun reddito o regalo oltre lo stipendio che prendono. Rajoy quindi viene percepito come quella parte di quella vecchia generazione di politici che sta progressivamente perdendo consensi.

Una maggioranza di centrosinistra
L’alleanza pre-elettorale tra Podemos e Izquierda Unida, la formazione di sinistra che riunisce diverse forze politiche, tra cui il partito comunista spagnolo, ha un nome che ha messo d’accordo tutti: “Unidos Podemos”. Alle elezioni di dicembre i due partiti separati hanno raggiunto una cifra molto lontana dai 176 seggi richiesti per formare una maggioranza. Pare però che correndo con un’unica lista i due partiti potrebbero ottenere un numero molto superiore di seggi. La lista potrebbe arrivare anche superare il PSOE: a quel punto i due partiti potrebbero chiedere ai Socialisti di unirsi in una coalizione di governo, che in quel caso potrebbe avere la maggioranza. Pablo Iglesias è il personaggio più interessante per i media europei; si sta già muovendo per tentare l’operazione-sorpasso. Il leader Pedro Sánchez, sà che giocherà una battaglia elettorale dove si vince se si conquistano i voti a sinistra.

Nessun cambiamento
Probabile sembra essere anche un altro Parlamento frammentato, con le conseguenti stesse difficoltà a trovare un accordo per una coalizione di governo. A quel punto i vari partiti politici spagnoli dovranno cercare di fare quello che non sono riusciti a fare dopo le elezioni di dicembre: fare compromessi e trovare un accordo più ampio, quasi come il “Patto del Nazareno”? In questo caso saranno probabilmente i Socialisti a essere nella posizione più difficile
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The Floating Piers, come sono riuscito a camminare sull’acqua

Per la nuova opera di Christo e Jeanne-Claude, inaugurata il 18 Giugno, sono attesi almeno 1 milione di visitatori e per una buona ragione. L’installazione è mastodontica: 200.000 i cubi galleggianti in polietilene ad alta densità coperti da 70000 metri quadri di tessuto giallo cangiante, il tutto  forma tre diverse passerelle sul lago lunghe in totale 4,5 km, permettendo ai visitatori di poter “camminare sull’acqua” partendo dalla cittadina di Sulzano all’isola di Montisola, e da lì fino all’isoletta di San Paolo, completamente circondata dalla piattaforma di Christo.
Per ultimare il nuovo capolavoro di Land Art dell’artista ci sono voluti sei mesi ed oltre 500 lavoratori, selezionati a partire da Gennaio sul sito dell’evento.
La grande attesa dei giorni precedenti all’inaugurazione si è subito trasformata in un fiume di gente quando a partire dalla mezzanotte del Sabato 18 Giugno i Floating Piers sono stati aperti al pubblico. Proprio nel primo giorno di apertura sono stati 55000 i visitatori affluiti nelle piccole cittadine lacustri di Sulzano e Montisola, che assieme non contano più di 4000 abitanti.

E’ nella giornata di Domenica però che, complice il cattivo tempo, si è avuto un picco di disagi e affollamenti. Per chi  in mattinata arrivava in treno, già alla stazione di Brescia si presentavano i primi disagi. Ed è subito deja-vù di Expo: chiacchiericcio, lamentele ma soprattutto CODE, non chilometriche, certo, ma fa sempre strano mettersi in coda per un treno. La prima tappa per accedere alla passerella di Christo è Sulzano; ma la stazione della cittadina veniva “chiusa per due ore per il grande afflusso di visitatori”.
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Le code venivano allora dirottate su treni sovraffollati verso Sale Marasino, paesino appena di fronte a Montisola, nella speranza che una volta arrivati li si sarebbe potuto proseguire per pochi km a piedi verso i cancelli dell’installazione. Una volta arrivati, però, si vociferava “Inutile andare a Sulzano, la città è chiusa!“. Ed è qui che i più impazienti iniziavano a gettare la spugna e a tornare indietro.
Dagli organizzatori, intanto, arrivava un messaggio: “The Floating Piers oggi è saturo, non venite“.  I più temerari invece proseguivano verso il battello diretto a Montisola, ovviamente non senza un’abbondante mezz’ora di coda.

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E come nelle grandi scalate, la sofferenza della salita è ripagata dalla vista dalla cima. Così una volta giunti sulle sponde del lago e in prossimità della passerella si dimenticano le code ed i disagi e ci si blocca prima davanti alla bellezza di questo angolo d’Italia, e solo dopo ci si concentra sull’installazione che ha avuto il merito di portare il lago d’Iseo alla ribalta mondiale in questi giorni. The Floating Piers si intravede dopo alcuni minuti di cammino: una lunga passerella giallo dalia in mezzo al lago, stonata ma attraente. L’accesso è agevole, l’artista consiglia di percorrere il molo galleggiante togliendosi prima le scarpe, a piedi nudi. Ed in effetti una volta sulle Floating Piers viene voglia di toccare il tessuto giallo che ondeggia al ritmo del lago. L’opera si presta ad una duplice fruizione: essere vissuta, camminandoci, o essere ammirata. Possibilmente dall’alto delle montagne circostanti.DSC_1678

L’installazione di The Floating Piers è costata 15 milioni di euro tra permessi, materiali, montaggio e smontaggio; la somma è stata interamente sostenuta dall’artista che da sempre ricorda come l’autofinanziamento dei propri lavori gli permetta totale autonomia nel progetto e nella realizzazione. Alcune polemiche sono state avanzate sui costi pubblici indiretti come la sicurezza (garantita con grande dispiegamento di forze pubbliche) e la mobilità dei visitatori (che richiede un potenziamento straordinario). Tali costi sono stati stimati 3 milioni di euro, ma basterebbe poco per capire che l’occasione dei comuni e del territorio di mettersi in vetrina mondiale per 16 giorni andrà a costituire un’eredità turistica di grande interesse economico per il lago e i suoi residenti/esercenti.

BREXIT: Istruzioni per l’uso.

Con il neologismo Brexit s’indica la possibilità di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea che potrebbe essere sancita dal referendum programmato per 23 giugno 2016. E fin qui ci siamo…

<<C’era una volta…>> Alla fine della seconda guerra mondiale Winston Churchill invocò la necessità di una “struttura sotto la quale vivere in pace, in sicurezza e in libertà”. Una decina di anni dopo, lo stesso paese, rifiutò l’ingresso fino al 1961 dell’allora “Comunità economica europea” entrandone effettivamente alla fine del 1973. Nel 1975 rinegoziarono l’accordo di partecipazione e decisero di confermare la scelta con un referendum per decidere se restare. Il governo conservatore di Margaret Thatcher nel 1984 rinegoziò ulteriormente gli accordi per poi decidere nel 1992 di ritrattare il progetto della moneta unica quando i paesi europei hanno firmarono il trattato di Maastricht.

Nel 2013 il premier David Cameron promise di indire un referendum per dare ai cittadini britannici la possibilità di esprimere la loro opinione sulla Ue. Il motivo? La decennale divisione interna del partito conservatore e che ha portato poi al successo di Ukip (United Kindom Indipendent Party), il partito di Nigel Farage, anti-Ue e anti-immigrazione. Cameron sperava in questo modo di placare gli euroscettici nel suo partito, invece le divisioni si sono accentuate anche all’interno del Governo con addirittura ministri schierati su fronti opposti.

Il 15 giugno 2016 battaglia navale propagandistica tra schieramenti ha luogo sul Tamigi. 35 pescherecci anti-Ue capeggiati da Farage e dall’altra parte Bob Geldof con una sola imbarcazione in nome della permanenza; a parte qualche insulto volato e la presenza di un manifesto di pessimo gusto: “Breaking Point”, limite di sopportazione o di rottura, con la foto delle migliaia di esuli siriani ammassati ai confini la “sfida” si è svolta in modo pacifico.

Il 16 giugno 2016 la giovane deputata labourista Jo Cox, impegnata nella campagna contraria alla Brexit e da anni in prima linea per i diritti dei migranti e nell’azione internazionale per far terminare la guerra in Siria, è stata aggredita e uccisa selvaggiamente per strada da un uomo che ha infierito su di lei con un coltello e poi con tre colpi di pistola. Secondo alcune testimonianze l’agguato è stato annunciato dal grido patriottico “Britain First” forse in riferimento al partito britannico di estrema destra. “Una tragedia per il Paese” ha dichiarato, in un omaggio alla vittima, David Cameron dopodichè ha annunciato la sospensione della campagna referendaria di entrambi gli schieramenti.

Ma perché alcuni nel Regno Unito vogliono andarsene?

Non è di certo un bel momento per l’UE basti pensare all’emergenza dei profughi mediorientali; la bassa crescita; il cruccio della disoccupazione tra i paesi e le difficoltà legate alla moneta unica. Poco che riguardi direttamente il regno di Sua Maestà insomma. Ma allora perché?

Le ragioni non sono molto diverse per cui lo vorrebbero altri leader politici italiani ed europei. Riprendersi pezzi di sovranità ceduti all’Europa, avere più libertà nella scrittura delle leggi, poter controllare in maniera più efficace l’immigrazione e tutti gli altri temi “acchiappa-elettore”. Il tema dell’immigrazione, in particolare, ha sfumature diverse rispetto a come se ne parla di solito nel “continente”. Negli ultimi anni il Regno Unito ha ricevuto una frazione trascurabile di richiedenti asilo rispetto a paesi come Germania, Austria, Grecia e Italia. Per molti britannici il problema sono gli immigrati che arrivano dalla stessa Unione Europea, in particolare dal sud-est Europa (anche noi italiani, insomma).

 Ora. La gestione di questa chiusura per il Premier britannico è tutt’altro che semplice a causa di forti accuse dal fronte del “Leave” (pro-Brexit) di essere pienamente disposto ad abbandonare l’istituzione d’oltre Manica mai stata molto amata dagli inglesi. La Gran Bretagna è comunque uno Stato importante in Europa, e, la sua partecipazione all’UE le ha permesso di non rimanere isolata rispetto a decisioni importanti in materia economica e geopolitica. Il risultato è ancora molto incerto, mentre fino a pochi mesi era considerata quasi impossibile, nell’ultima settimana la possibilità di una vittoria dell’uscita è cresciuta in modo particolare secondo il sondaggio pubblicato dall’“Independent” che dà 10 punti di vantaggio al fronte anti-Ue. Pare però che: la maggior parte dei sondaggi sia di parte.

 

<<Remain>> “Britain Stronger in Europe” è il nome della campagna favorevole alla continuità britannica in Europa. Sostenuta dalla maggioranza del Parlamento: i deputati laburisti (sinistra; centro-sinistra), tutti i liberaldemocratici e i Verdi. Il Partito Conservatore invece ha lasciato libertà di scelta ai suoi elettori. David Cameron fa attivamente campagna per restare nell’UE, avvertendo che l’uscita “creerà un buco nero tra i 20 ei 40 miliardi di sterline nelle finanze e in tal caso si dovrà riadattare la riforma delle pensioni” assicurando che restando ci saranno le “risorse finanziarie per mantenere i benefit ai pensionati” e si potrà provvedere alla creazione di più lavoro, più case e più opportunità per figli e nipoti.

Il cancelliere dello Scacchiere (Ministero delle Finanze) George Osborne, fortemente europeista, con uno studio ha dimostrato che ciascuna famiglia, da qui al 2030, perderebbe grandi porzioni di reddito. Altri favorevoli non sono solamente il ministro dell’Interno Theresa May, la CBI (Confindustria britannica), le multinazionali e la maggioranza delle grandi imprese, ma anche il Fondo Monetario Internazionale, l’Ocse e gli uffici studi delle maggiori banche, che annunciano un danno economico permanente, con brusco calo del Pil.

 

<<Leave>> Favorevoli ad abbandonare l’UE sarebbero l’Ukip e i suoi 4milioni di elettori, l’altra metà dei deputati conservatori, tra i quali l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, l‘accanito anti-europeista, noto per le invenzioni di notizie false sulle istituzioni europee quando negli anni 80 lavorava come corrispondente da Bruxelles o per le attuali preoccupanti dichiarazioni come:

Napoleone, Hitler, in diversi ci hanno provato, e la fine è stata tragica. L’Ue condivide lo stesso obiettivo che perseguiva Hitler, ovvero quello di unificare l’Europa sotto una unica “autorità” – ancora – “i fallimenti disastrosi dell’Unione europea hanno scatenato tensioni tra gli stati membri e permesso alla Germania di accrescere sempre di più il proprio potere, assumendo il controllo dell’economia italiana; l’euro ha distrutto l’Italia, un tempo grande potenza manifatturiera, oggi assolutamente distrutta così come volevano i tedeschi” – E – “l’euro è diventato un mezzo attraverso cui la produttività tedesca ha acquisito un vantaggio assolutamente imbattibile su tutta l’Eurozona e provocato la “distruzione” della Grecia”.

Johnson ha anche invocato i tempi in cui il Regno Unito ha combattuto la guerra sotto l’egida di Winston Churchull per invitare i connazionali a essere di nuovo “gli eroi dell’Europa” liberando il Regno Unito dal giogo di Bruxelles e a salvare l’Europa da se stessa, votando a favore della “Brexit”.

Altri favorevoli sono: il ministro della Giustizia e altri quattro ministri; una decina di deputati laburisti e il Democratic Unionist Party dell’Irlanda del Nord; molte piccole e medie imprese e gli hedge fund (società a fondo speculativo). Il pro-Brexit non ha un fronte comune ma presenta diversi movimenti come “VoteLeave” e “Grassroots Out” con l’Ukip che fa campagna da solo.

Se vincesse il “Leave”… È sicuramente difficile in questo caso azzardare previsioni, comunque diventerebbe urgente riscrivere i trattati che regolano il passaggio di merci, capitali e persone tra Regno Unito e Unione Europea. In base all’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea sul “ritiro volontario di un Paese membro dalla Ue”, inizierebbero i negoziati con un “periodo di transizione” che durerà almeno due anni (anche se già si prevede che dureranno ben oltre il 2018), durante il quale l’isola dovrà continuare a rispettare le regole Ue ma non avrà più una voce in capitolo, e, tutto resterà “congelato” fino alla conclusione delle trattative.

Nello studio dedicato da JWG (un think-tank specializzato in cambiamenti delle regolamentazioni) l’uscita sarebbe un affare per gli studi legali, impegnati a gestire la transizione verso un cambiamento delle regolamentazioni sulle imprese e si stimano costi per i servizi finanziari britannici di 17miliardi di sterline (21,5 miliardi di euro) “senza tener conto delle multe di non conformità”. Lo studio metterebbe in evidenza come non sia così vero che, in caso di uscita dall’Ue, il paese possa essere “libero dall’attuale ambiente in tema di regolamentazioni”. Previsioni economiche annunciano un’impatto negativo immediato per “la ricaduta” sulla sterlina e sui mercati finanziari. L’altra preoccupazione è che molte aziende europee che fanno affari o con sede fiscale nel Regno Unito decidano di ridurre il loro personale a Londra e trasferirlo direttamente sul continente.

Il fronte pro-Brexit ritiene che superata la fase iniziale l’economia britannica ripartirà alla grande e Londra resterà il centro finanziario d’Europa, libera dalle regole imposte da Bruxelles e che si potrebbe fare come la Norvegia, cioè far parte dell’area economica di libero scambio europea senza immischiarsi nei suoi processi politici. Siccome il Regno Unito importa dall’Europa più di quanto esporti, quindi è probabile che questo procedimento non sarà ostacolato dai paesi europei anche se poi nell’intervista a Der Spiegel, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha totalmente escluso che i britannici possano continuare a beneficiare dei vantaggi del mercato unico.

In ogni caso questa sarà una strada senza via di ritorno? Il risultato del referendum non è vincolante fino a quando il Parlamento avrà approvato le leggi che permettono l’uscita. Se Brexit vince di stretta misura, in teoria la maggioranza dei deputati potrebbe intervenire per bloccare l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, ma è un’ipotesi improbabile perché viola il principio chiave che il Parlamento deve rispettare la volontà degli elettori.

La cosa certa è che questa campagna referendaria si è spinta ben oltre certi livelli, al punto che lo schieramento pro-Brexit ha giocato troppo con le paure e gli istinti “legittimi” dell’elettorato col fine di vincere una “gara” senza proposte reali, ragionevoli o credibili; alimentando continuamente, tra i cittadini, un populismo becero e di pancia con l’intento unico di poter provare a governare. Certamente è probabile che nessun collegamento ci sia tra l’assassinio della labourista Jo Cox e questa superficialità politica, ma forse i toni e la rabbia di cui si è caricata contro i silenzi e le timidezze degli europeisti hanno creato il contesto più favorevole per far esplodere l’odio.

Washington e Mosca, rivali di ferro (traduzione da Liberation)

La crisi ucraina e le differenze sul conflitto siriano hanno riacceso le tensioni tra i due paesi, nonostante il traguardo comune sulla questione nucleare iraniana e il desiderio di stabilire nuovamente delle relazioni.

Russia

All’inizio dell’anno, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha annunciato: fin quando ci saranno in ballo gli interessi di Mosca, sarà garantita una politica di conciliazione con l’Occidente. “La ricrescita russa non costituisce una minaccia per nessuno – dal suo canto ha assicurato Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, rispondendo al consolidamento della NATO per rafforzare le sue truppe in Europa – Ma non possono certamente ignorare le azioni che possono rappresentare una reale o potenziale minaccia ai suoi interessi nazionali, che difenderà all’occorrenza.” Queste ultime parole sono state pronunciate nel contesto di crescenti tensioni tra Mosca e Washington, dove “la NATO non deve essere – secondo il Cremlino – lo strumento per fare politica estera”.

Incontri “casuali” tra caccia russi e americani si sono moltiplicati nelle ultime settimane. Il 29 aprile, un caccia Sukhoi 27 sfiorò un ricognitore dell’US Air Force che sorvolava i cieli del Mar Baltico. Il 17 aprile, un incidente molto simile si è verificato nuovamente nella stessa regione. E il 12, sempre sul Mar Baltico, due bombardieri Sukhoi 24 furono improvvisamente gettati verso il cacciatorpediniere americano USS Donald Cook subendo continuamente dei voli a bassa quota come un minaccioso balletto tipico dell’addestramento di Washington per un’“attacco simulato”.

Mosca non ha apprezzato poi l’annuncio di schieramento da parte di Washington di forze supplementari nell’Europa orientale da febbraio 2017, né il lancio il 2 maggio dell’operazione “Spring Storm” in Estonia, presso il confine russo: tre settimane di esercitazioni militari che coinvolgono 6.000 militari provenienti da nove paesi della NATO (Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Canada, Stati Uniti). La Russia percepisce anche come “una minaccia” la disposizione di un nuovo scudo missilistico americano in Polonia e in Romania.

“Debolezza”. Per “contrastare il rafforzamento delle truppe della NATO”, il Ministero della Difesa russo creerà entro la fine di quest’anno tre nuove divisioni militari a ovest e a sud del paese, che saranno formate da circa 30mila uomini e dispiegate lungo gli stessi confini occidentali. “E’ il ripristino di un confronto militare, dopo una tregua di venticinque anni, ma non si tratta di una drammatica escalation – secondo l’analisi di Dmitri Trenin, direttore del Carnegie Moscow Center* – Le manovre sono viste ufficialmente come azioni in nome della pace. Il gioco dei militari russi, è quello di impressionare. Quando una delle parti è più debole rispetto alle altre, come il caso della Russia, quella deve compensare. Putin quindi compensa così tanto la sua debolezza da essere pure disposto a prendere più rischi.”

La Russia nega di essere la causa di rinnovate tensioni. “La NATO si preoccupa di cercare un nemico per dare un senso alla sua esistenza, ma la Russia non ha affatto intenzione di cedere a un confronto senza senso”, insiste Sergey Lavrov. Eppure, Mosca sta cercando di tenere testa a Washington e ai suoi alleati, cercando nel contempo di uscire dall’isolamento in cui la sua interferenza in Ucraina è precipitata. Per Vladimir Putin, si trattava di difendere la linea di difesa strategica difronte a un’aggressione politica fomentata da Washington. Ma l’annessione della Crimea e il conflitto nel Donbass, causato e alimentato, secondo l’Occidente, da parte del Cremlino, ha distrutto l’ordine europeo degli ultimi venticinque anni. E posto la Russia sul piede di guerra.

“Ricatto”. Intervenendo in Siria, nell’autunno 2015, la Russia ha messo in discussione l’egemonia americana. La campagna siriana è stata un po meno intraprendente per Mosca nel salvare il regime di Damasco per spianarsi un’eventuale ritorno nella parte anteriore dello scenario, costringendo gli Stati Uniti a riconoscere le capacità della Russia. Per il Cremlino, c’è un rivale alla sua altezza: la Casa Bianca. “Vi è ad’oggi una grande forza che stabilisce l’importanza di un’interlocutore, e sono gli Stati Uniti” dichiara Fyodor Lukyanov, presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa.

Retorica di guerra, corsa agli armamenti … questo rinnovato confronto tra Oriente e Occidente può essere paragonato come al tempo della guerra fredda? “L’attuale confronto è asimmetrico, tutto a vantaggio occidentale, e quindi molto instabile, imprevedibile – dice Trenine – Il problema è che gli Stati Uniti trattano la Russia come se non sia una potenza nucleare, perché così facendo si ritornerebbe a fare il suo gioco-ricatto. Solo che questa logica non soddisfa Putin, che è abbastanza pronto a sfoderare le armi nucleari.” Del resto, la dottrina militare russa dice che in caso di sconfitta, la Russia potrebbe ricorrere all’uso dei suoi missili. “Il rinnovato confronto è pericoloso soprattutto perché le regole del gioco sviluppatesi nell’era della guerra fredda hanno creato sgomento. Abbiamo bisogno di nuovi accordi sulle linee da non oltrepassare”, sostiene Lukyanov.

Nonostante i recenti scontri, la situazione tende a scemare. Mosca cerca di sbloccare la situazione e di riprendere un dialogo, almeno nelle aree in cui convergono i suoi interessi, es. la lotta al terrorismo. Al ministero della Difesa, si evidenzia la proficua cooperazione tra la Russia e gli Stati Uniti nella lotta contro lo stato islamico. Per la prima volta in tanti anni, Putin ha approfittato di una “diretta” TV con la popolazione, nel mese di aprile, per applaudire Barack Obama. Anche se si trattava di un complimento ambiguo sulla capacità del presidente degli Stati Uniti di riconoscere gli errori commessi in Libia. Ma se la Russia vuole ristabilire il contatto con l’Occidente, questa nuova “cooperazione non dovrebbe significare un avvicinamento e un’integrazione reciproca”, scrive l’esperto in relazioni internazionali Vladimir Frolov. E secondo lui, per collaborare, Washington dovrà “ottenere consenso, accettando le condizioni della Russia; perché tutto il resto potrebbe essere percepito come “anti-russo” o anche “[atteggiamento] russofobico”.

Stati Uniti

Il famoso “reset”, il “Restart” proposto nel 2009 dalla Casa Bianca per voltare pagina sulla crisi in Georgia e di stabilire nuovi rapporti con Mosca, sono ormai lontane. Dal momento che, oltre al susseguirsi di incidenti nel Mar Baltico, la Russia annesse la Crimea sostenendo i ribelli ucraini filo-russo del Donbass e ad’oggi continua a sostenere il regime di Bashar al-Assad che sta liquidando i ribelli siriani.

Per molti osservatori, Barack Obama (come George W. Bush prima di lui) ha sottovalutato le ambizioni del leader del Cremlino, dipinto in una recente intervista come un uomo cortese, “scrupolosamente educato” e “molto franco”. Un ritratto sorprendente, lontano dall’immagine del dittatore brutale di usualmente associato a Vladimir Putin. Interrogato dalla rivista The Atlantic, Obama sembrava considerare il capo del Cremlino come un leader di seconda categoria, capo di una “capacità ridotta.” “Questa prospettiva spiega in parte la scelta di Obama sulla crisi ucraina e il ruolo della Russia in Siria. Gli Stati Uniti non hanno fornito un’assistenza letale, per l’esercito ucraino, nella risposta all’aggressione russa, non isolando mai la Russia diplomaticamente seppur esercitando lo strumento delle sanzioni economiche, con estrema moderazione” analisi Michael O’Hanlon, direttore della ricerca presso la Brookings Institution di Washington.

Provocazioni. Dietro il presunto laissez-faire di Barack Obama alla sua controparte russa, alcuni vedono lo spettro dell’accordo nucleare con l’Iran, che il presidente democratico considera come il suo principale successo diplomatico. Per non mettere in pericolo i negoziati, nelle quali la Russia è coinvolta, la Casa Bianca avrebbe preferito lasciare la Siria sprofondare nel caos. L’esempio più evidente è la famosa “linea rossa” sulle armi chimiche, tracciata da Obama pur violando senza conseguenze il regime di Assad nel mese di agosto 2013. Anche tra gli alleati di Washington, questo episodio è stato percepito come un errore strategico che ha minato la credibilità degli Stati Uniti e convinto successivamente Putin a spingersi in vantaggio. Coincidenza o no, l’annessione della Crimea ha avuto luogo solo sei mesi dopo il massacro chimico in Ghouta.

Di fronte a provocazioni di Mosca, il tono è cambiato però all’interno dell’amministrazione americana. Ai primi di febbraio, il segretario alla Difesa, Ashton Carter, ha detto che la Russia è la principale minaccia per gli Stati Uniti, appoggiando quello che i funzionari militari sostengono dall’estate scorsa. Effetto reale: la Casa Bianca ha deciso di quadruplicare la quota del budget della difesa destinata all’Europa, che aumenterà da $ 789 milioni di dollari (697 milioni di euro) di quest’anno a 3,4 miliardi (3 miliardi euro) nel 2017. Battezzata “European Reassurance Initiative”, il piano prevede il dispiegamento di una brigata corazzata in Europa orientale, per la prima volta dopo la fine della guerra fredda. Sei paesi (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Bulgaria e Romania) accoglieranno queste risorse aggiuntive: verranno aggiunti circa 250 carri armati, 1.750 veicoli blindati e 4.200 soldati americani da ausilio ai gia 62 000 soldati presenti in Europa in modo permanente.

“Natale al Cremlino”. Il Pentagono non nasconde che: accrescere le forze NATO vicino alla Russia mira a scoraggiare Mosca da qualsiasi accenno di aggressione nei paesi baltici. “Questa è una risposta a lungo termine per l’ambiente di sicurezza mutevole in Europa. Ciò riflette una nuova situazione, in cui la Russia è diventato un attore politico molto complesso” confidò a febbraio un funzionario degli Stati Uniti al New York Times. Per Matthew Kroenig, l’ex consulente del Pentagono, è indispensabile “mettere bene in chiaro a Putin che la NATO ha le capacità per difendere i suoi membri dell’Europa dell’Est.” Oltre il dispiegamento di uomini e artiglieria, professore alla Georgetown sostiene la necessità di fare “dichiarazioni pubbliche ribadendo che la NATO è un’alleanza nucleare, e che se la Russia ha deciso di utilizzare una bomba nucleare, la NATO potrebbe replicare”.

Al centro delle tensioni tra Washington e Mosca, che si percepiscono come una minaccia esistenziale, la NATO è stata anche invitata a partecipare alla campagna elettorale presidenziale americana. Hillary Clinton, artefice del “reset” con la Russia, sarebbe favorevole a un rafforzamento dell’Alleanza atlantica. Donald Trump, la considera invece come una proposta obsoleta credendo che gli Stati Uniti dovrebbero sopportare una quota sproporzionata dei costi di gestione. Il favorito repubblicano, mai avaro di complimenti verso Vladimir Putin, esorta inoltre di allentare le tensioni con Mosca. “Questo orribile ciclo delle ostilità deve finire”, ha insistito il repubblicano durante un recente discorso di politica estera. Se Trump vince, “ci sarà Natale al Cremlino”, ha avvertito Hillary Clinton. Durante il discorso di Donald Trump, l’ambasciatore russo a Washington era seduto in prima fila. La prova, se ce ne fosse bisogno, sta nell’interesse mostrato dal Cremlino per la sua candidatura. Alla radio ai primi di maggio, il magnate immobiliare ha ancora ammesso, con la sua solita eloquenza, che “ad un certo punto, se la [sarebbe] effettivamente giocata con quei ragazzi.”

*organismo che funge da serbatoio di pensiero che si occupa di analisi delle politiche pubbliche

Fonte: Liberation.fr (http://www.liberation.fr/planete/2016/06/03/washington-et-moscou-les-rivaux-de-fer_1457217)

Tradotto da: Roberto Del Latte

Intervista ad Erdem Güler. La Turchia di oggi e di domani.

Sorta dalle ceneri dell’Impero ottomano nel 1923 con la guida del “padre dei turchi” Atatürk, la Turchia vanta una posizione geografica unica al mondo: cuore in Asia e sguardo in Europa, ieri barriera e oggi ponte tra due culture. Negli ultimi anni ha modificato la struttura politica e legislativa con riforme e ristrutturazioni nell’intento di centrare gli obiettivi richiesti dall’Unione Europea nel quadro della strategia di pre-adesione. Attualmente con la diaspora siriana la Turchia offre un importante supporto all’Europa anche se i rapporti tra il governo turco e l’europa stanno diventando ostili per via del primo che “sta prendendo sempre più poteri e monopolizzando il processo decisionale” a detta di Martin Schulz (presidente del Parlamento europeo) per via della legge antiterrorismo strumentalizzata per eliminare l’impunità dei parlamentari. Il Governo di Ankara avanzerebbe anche la proposta per la liberalizzazione dei visti dei cittadini turchi.

Con il mio viaggio d’interscambio in Turchia realizzato con l’associazione Greenrope ho conosciuto Erdem Güler, coordinatore di progetti europei in Turchia. Erdem organizza progetti di scambio interculturali con il programma Erasmus+ in molte città turche. Dopo 3 anni di attività lo si può considerare un esperto di società e costume turco. Noi, lo abbiamo intervistato per conoscere la situazione attuale nel paese.

Uno degli argomenti caldi in Europa da molto tempo è la questione dei rifugiati; la foto di Aylan Kurdi, il bambino siriano in fin di vita su una spiaggia turca ha scioccato e mostrato a tutti che anche la Turchia come altri paesi è in prima linea. Che ruolo svolgono precisamente il governo e le autorità turche? E cosa pensano i cittadini di questa situazione?
Il nostro governo collabora promuovendo posti di lavoro per i rifugiati specialmente negli altri paesi europei. La società civile, sfortunatamente, non conosce bene la situazione nei campi profughi a causa di una scarsa informazione. Gradirei parlarti di alcune possibilità e servizi offerti ai rifugiati dal governo turco:
-In ogni centro di accoglienza viene messo a disposizione un ospedale o dei servizi sanitari speciali.
-Ogni rifugiato può accedere liberamente in tutti gli ospedali e a qualsiasi servizio sanitario.
-I rifugiati all’interno delle imprese turche rappresentano il 15%.
-Ogni rifugiato ha diritto al lavoro (in proporzione al titolo di studio)
-Tutti i rifugiati possono frequentare gratuitamente l’Università (solamente però se sanno parlare fluidamente il turco o l’inglese)
-I rifugiati che non hanno nessuna retribuzione hanno a disposizione una piccola somma di 100€ per famiglia.

Sono in molti a credere che la Turchia, pur essendo posto incantevole, ultimamente sia diventato piuttosto pericolosa, questo perché confina con nazioni con seri problemi di terrorismo islamico o per il PKK Curdo. I cittadini turchi cosa pensano?
Noi turchi non accettiamo che si dica che abbiamo problemi con i curdi anche perché metà della minoranza curda vive senza discriminazioni ad Istanbul. L’islam invece è una cosa diversa e lontana. I musulmani non sono razzisti e non discriminano mai le persone perché appartengono ad una nazionalità diversa. Molti turchi hanno sempre supportato e rispettato tanto l’identità curda. Il PKK però semina solamente caos e guerra e forse questo è il vero grande problema da risolvere sulla questione curda in Turchia. Il PKK non propone e non ha soluzioni per il suo popolo. Se si lasciasse la responsabilità della situazione in mano ai curdi si farebbero molti più passi in avanti senza aver più bisogno del PKK. Ed ecco il motivo degli attacchi a scuole e centri abitati.

Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, ex-sindaco di Istanbul, da molti anni copre le più alte cariche istituzionali in Turchia; durante la sua carriera sono successe tante cose, ponendosi sotto gli occhi Europei talvolta come antagonista della democrazia per episodi come: le proteste del 2013; la censura dei media non filo-governativi; tardando l’utilizzo dell’ora legale per ottenere un vantaggio elettorale e con le recenti denunce ai giornalisti europei. Come si divide l’opinione pubblica sul presidente Erdoğan?
Nelle ultime elezioni il suo storico partito politico (AKP) ha ottenuto il 49% dei voti. Questo mostra come la società supporta la linea di Erdoğan ma c’è un altro 50% che è veramente contro di lui. Il più grande problema di Erdoğan è che favorisce il suo partito mentre è presidente e questo non è un modo onesto di governare. Un grande rischio di Erdoğan è che manipola troppo i suoi politici mettendoli sotto pressione. Dopo lui noi non abbiamo nessuna personalità forte che può continuare a salvaguardare la stabilità del sistema.

L’ingresso della Turchia nell’unione europea è un obiettivo condiviso sia dai turchi che dagli europei il cui conseguimento è cominciato alla fine degli anni 80. Dal 2005, comunque, i negoziati per la piena approvazione sono stati rinviati. Nonostante gli enormi progressi come l’abolizione della pena di morte, rimangono molti problemi da risolvere. I turchi “oggi” si considerano parte dell’Unione europea?
Oggi il 64% dei turchi oggi sono scettici sull’Europa, il nostro attuale governo sfortunatamente fa pochissima promozione, cosa molto necessaria attualmente. Il punto di vista della società civile sta prendendo una posizione sfavorevole proprio per come l’UE sta vivendo la sua crisi economica. In molti pensano che l’Europa non accetterà mai il nostro ingresso; le persone più informate, anche se restano tra gli insoddisfatti del progetto europeo, desidererebbero comunque stare agli stessi livelli europei.

Utopia

Giano.
Mr. Rabbit vuole Giano.
È su questo, sulle ambizioni di questo misterioso personaggio che si sviluppa la vicenda di ‘Utopia’, la serie televisiva britannica del 2013 scritta da Dennis Kelly.
Un piccolo gioiello che si tende a far rientrare nel genere ‘thriller cospirativo’ il cui intreccio, costruito benissimo, si combina tra invenzione, storia, nozioni scientifiche e filosofia, il tutto inserito in un clima di tensione distopica dove prende vita una narrazione dai tratti, però, fin troppo realistici.

I protagonisti si ritrovano coinvolti, inconsapevolmente, in un progetto intento a cambiare le sorti dell’umanità, a causa della loro passione per un graphic-novel scritto da una mente geniale, uno scienziato, il quasi divinizzato dottor Carvel.

Perché ‘Utopia’? Forti sono i riferimenti ai pensatori dell’età moderna.
Utopia è un’idea, un’idea politica che guarda alla costituzione di una comunità perfetta. Il termine però è noto per la sua ambiguità poiché la sua derivazione è identificabile sia nell’espressione “ou-topia” , ossia “luogo inesistente”, sia in “eu-topia”, vale a dire “luogo dove si vive bene”. Consapevole di ciò era Thomas More, con il suo romanzo del 1516, il quale volutamente utilizzò questo vocabolo come titolo perché ambivalente era il significato intrinseco dell’opera.
Becky, Ian, Wilson, Grant, Alice, Jessica e Pietre sono vittime di una forte ideologia impregnata di fiosofia stoica che auspica al ‘luogo dove si vive bene’ che qui ha il suo punto di avvio nella teoria economica di Malthus.
Secondo questa teoria guerra, povertà e fame sarebbero causate dal vertiginoso incremento demografico.

Le pecore, queste miti creature, alle quali basta solitamente così poco cibo, stanno diventando talmente voraci ed aggressive, a quel che ho appreso, da divorare persino gli uomini. Ingoiano campi, case, città. In tutte le regioni del regno nelle quali si produce una lana più fine, quindi più costosa, nobili e proprietari terrieri – e perfino alcuni abati, nonostante la loro santità – si danno da fare per recintare le terre e destinarle al pascolo, impedendone la coltivazione. Così, non bastando loro le rendite e i prodotti che gli avi ricavavano dai poderi, e non sentendosi sufficientemente appagati dal privilegio di vivere negli agi senza essere di alcuna utilità agli altri, mandano in rovina borghi e case, lasciando in piedi solo le chiese perché servano da stalla alle greggi.

                                                                                                          Tommaso Moro, Utopia (I libro)

Essa viene fatta propria da Mr. Rabbit e Carvel i quali si presentano come totalmente e ciecamente innamorati del genere umano.
Non importa quante persone vengano ammazzate, il fine è il bene comune e, quindi, il sacrificio è lecito.
Il filo conduttore è rappresentato dal conflitto di un’etica tesa alla spersonalizzazione dell’individuo a vantaggio della collettività. Ed è su ciò che si struttura il percorso psicologico di tutti i personaggi.  Ognuno di essi è sottoposto a una riflessione che li porterà a cambiare le loro vedute, addirittura a uno stravolgimento del loro temperamento, a partire da ‘eventi-innesco’.

Dal punto di vista tecnico impeccabile è il gioco di inquadrature, dove la cinepresa si diverte ad offrirci un’ altalena di messe a fuoco. I colori, fortemente saturati, si impongono su queste scene simmetriche le cui ambientazioni si alternano tra meravigliosi paesaggi naturali e scene di vita quotidiana in strutture di lavoro, o piazze popolate. Forte potere di fascinazione lo esercitano le case diroccate nelle quali ci si perde, insieme ai personaggi, nei desolati corridoi a mo’ di labirinto. Sembra non esser casuale lo stanziamento in questi grandi ambienti nel quale il personaggio, spesso rappresentato da una lontana prospettiva, si ritrova a meditare e vive in solitudine il suo conflitto interiore.

Invito tutti a guardare questa miniserie, di dodici puntate, del cui mondo vi immergerete completamente. Pura evasione e scarica di adrenalina sotto le note di Cristobal Tapia de Veer.

Forte, però, è il senso di impotenza, tipicamente orwelliano, una volta terminata la serie. Ti scaraventa nella realtà, violentemente, e l’unica domanda che ti attanaglia è:
AND NOW.. WHERE IS JESSICA HYDE?

 

 

23 Maggio 1992

Mancano pochissimi minuti allo scoccar delle 18:00. È tardo pomeriggio di un 23 maggio, il 23 maggio del 1992. L’orologio segna precisamente le 17:58. Giovanni Falcone è il direttore degli affari penali del ministero di Grazie e Giustizia e insieme a sua moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e sotto scorta, è da poco atterrato all’aeroporto di Punta Raisi. All’altezza dello svincolo per Capaci, cinque quintali di tritolo provocano un’esplosione da cui ne uscirà vivo solo Giuseppe Costanza, l’autista della Fiat Croma marrone che trasportava “l’obiettivo”. L’attentato, radiocomandato da Cosa Nostra e “celebrato” dai mafiosi del carcere dell’Ucciardone, diventa l’emblema di una forza malvagia che pare ora più che mai invincibile. L’episodio, secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, si sarebbe verificato con l’intenzione di danneggiare il senatore Giulio Andreotti, in quanto proprio in quei giorni il parlamento era riunito per l’elezione del Presidente della Repubblica e questo era considerato il più accreditato per la carica, ma l’accaduto orientò la scelta su Oscar Luigi Scalfaro, eletto il 25 maggio, due giorni dopo.

Antefatto:

Giovani Falcone dal 1979 era impegnato nella realizzazione di inchieste sulle famiglie mafiose siciliane. Durante l’inchiesta su Rosario Spatola, imprenditore edile che riciclava il denaro della mafia, si rese conto, attraverso dei trasferimenti di denaro e transazioni finanaziarie, di una connessione tra l’organizzazione criminale siciliana e la criminalità statunitense. In seguito a questa scoperta intraprese ua collaborazione molto fruttuosa con la polizia di New York e l’FBI e fondò insieme a Rocco Chinnici, Paolo Borsellino e ad altri importanti nomi il “pool antimafia” del tribunale di Palermo. Mediante il lavoro del pool prende vita il più grande processo per mafia tenuto in Italia, il “Maxiprocesso”, grazie al quale nel 1987 vengono condannate oltre 360 persone.

Nel settembre-ottobre 1991, durante le riunioni della “Commissione regionale” di Cosa Nostra presiedute dal boss Salvatore Riina, si stabilì di rispondere agli arresti con azioni terroristiche rivendicati con la sigla “Falange Armata” e subito dopo, nel dicembre 1991, avvenne la riunione della “Commissione provinciale”, sempre presieduta da Riina, in cui si decise di colpire in particolare i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche personalità politiche:

  • Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana;
  • Sebastiano Purpura, assistente di Salvo Lima;
  • Calogero Mannino, ministro DC per gli interventi straordinari del Mezzogiorno;
  • Claudio Martelli, Ministro di grazia e giustizia del Partito Socialista;
  • Carlo Vizzini, Ministro delle poste e delle telecomunicazioni, socialista;
  • Salvo Andò, Ministro della difesa, socialista.

Claudio Martelli, in particolar modo, era nel mirino dei boss mafiosi perché secondo i pentiti Angelo Siino, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza era fra “quei quattro crasti (furbi, ndr.) dei socialisti che nell’’87 si erano presi i nostri voti e poi ci avevano fatto la guerra”. In particolare Claudio Martelli aveva nominato Giovanni Falcone come direttore generale degli Affari penali al ministero. Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma la sentenza del Maxiprocesso che condannava Riina e molti altri boss all’ergastolo.

All’apparenza sembrerebbe che l’attentato abbia vanificato la dedizione alla causa e i risultati avuti da questo impegno. Il mito di questa invincibilità che ancora oggi divampa, nonostante i modi di agire siano più subdoli, paradossalmente alimenta una speranza di base che però necessita di un gran coraggio per affrontare “il marcio” e quindi di una salda consapevolezza che implica l’importanza di una mobilitazione con risoluzioni ben mirate. Privati di ciò si rischia che il fenomeno, dopo anni dalla stagione delle stragi, si presenti solo nelle vesti di memoria storica.


Il senso di un bacio in un saggio imperfetto

«Ma poi che cosa è un bacio?
Un giuramento fatto un poco più da presso,
un più preciso patto,
una confessione che sigillar si vuole,
un apostrofo rosa messo tra le parole t’amo.»
(Cyrano de Bergerac – Edmond Rostand)

Come possiamo definire cos’è un bacio senza mimarlo?

Affermano i neurobiologi, ridimensionando il ruolo della passione e del sentimento, che la funzione del bacio sia prevalentemente quella di selezionare il partner con finalità squisitamente riproduttive. A seconda dei casi si liberano neurotrasmettitori chimici dall’ossitocina, che produce fiducia, alle endorfine, che stimolano l’allegria ed allontanano la tristezza, mentre tende a scendere il livello del cortisolo, fattore di stress, che aumenta nelle situazioni di ansia e pericolo. La sensazione che scaturisce da un bacio è estremamente complessa ed alla base dell’emozione che provoca vi è il lavoro di ben 35 muscoli facciali. Quando il bacio è appassionato si scatenano numerose variazioni fisiologiche: la dilatazione dei vasi sanguigni, che producono rossore delle guance ed un maggiore afflusso di sangue al cervello, mentre il cuore comincia a pulsare più intensamente e le pupille si dilatano. Inoltre aumenta la produzione di dopamina, che induce desiderio, esaltazione, euforia.

Il bacio già presente nel 90% delle culture esistenti al mondo è riuscito a contaminare molti fenomeni sociali. L’arte e letteratura lo hanno glorificato per secoli come arte sottile ed oggi la scienza lo ha riassunto in un gioco di ormoni, sarà vero, ma nonostante tutto continueremo imperterriti a baciarci perché “il bacio è proprio degli esseri umani”.

Manifestatosi in egual maniera in tutte le culture, ad eccezione degli eschimesi o dei pigmei che si strofinano vicendevolmente i nasi, è totalmente sconosciuto a mongoli e giapponesi. Questo gesto esprime una serie molto ampia di situazioni e relazioni: la sottomissione al cospetto di un potente del quale si baciano i piedi (usanza dell’impero bizantino ai tempi dell’imperatrice Teodora come segno di estrema devozione al sovrano); il saluto tra parenti ed amici; lo scambio di intimità tra due amanti; la cerimonia di ingresso in una categoria o in un clan (si pensi al bacio accademico o a quello tra mafiosi o a quello scambiato tra grossi esponenti della politica); vi sono poi i baci liturgici ad oggetti sacri durante le funzioni e l’amministrazione di alcuni sacramenti.

I musulmani nel rito del Hajj sostano e baciano rapidamente la Pietra Nera a imitazione del profeta Maometto; gli ebrei baciano il Muro del pianto; gli hindu baciano talvolta la terra nei templi e i cattolici baciano la croce in segno di adorazione per il Cristo nel Venerdì Santo; nel cerimoniale papale è tradizione baciare i piedi al Papa (o l’anello ai cardinali) e d’altro canto il Papa, in segno d’umiltà, è solito baciare la terra appena arrivato in un nuovo paese. Da non dimenticare l’usanza del “baciamano” negli ambienti nobili e raffinati (presente anche nel film il Padrino), consistente nello sfiorare appena con le labbra il dorso della mano, mentre, molto particolare e dalla prorompente sensualità è il bacio alla francese che consiste nel baciare a bocca aperta l’altra persona, muovendo vigorosamente le lingue e spesso con scambio di leggeri morsi sia sulle labbra che sulla lingua stessa, quasi sempre scambiato ad occhi chiusi. Il bacio alla francese è un avvicinamento all’atto sessuale vero e proprio.

I latini invece avevano tre diverse definizioni per il bacio: l’osculum che rappresentava il rispetto ed era adoperato per l’amore filiale (da non confondere con “Osculum infame” nome del saluto rituale che la strega adottava quando incontra il Diavolo nel corso del sabba. Consisteva nel baciare l’ano del Diavolo, che rappresenta l’altra sua bocca); il basium che indicava affetto ed era usato per le mogli; il savium un’espressione di libidine che si scambiava con le prostitute.

Nella Firenze del ‘300 la pace tra fazioni era suggellata da un bacio sulla bocca tra i rispettivi capi, simile al celebre bacio fra Leonid Breznev ed Erich Honecker del 1979 rispettivamente presidente dell’Unione Sovietica e della Germania dell’Est, secondo l’usanza russa, diventata l’immagine più fortemente simboliche della Guerra fredda, soprattutto dopo che l’artista russo Dmitry Vrubel ne dipinse una copia sulla parte est del Muro di Berlino con la scritta: “Dio mio, aiutami a sopravvivere a questo bacio della morte”.

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Il bacio tra Leonid Breznev ed Enrich Honecker

Celebre nella storia è quello di Giuda al Cristo, che, lascia sgomenti come con un bacio l’apostolo tradisca il Maestro e Amico: “Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?” [Lc 22, 48]. Quest’atto è stato replicato infinite volte, dai capitelli romanici alle sgargianti miniature dei codici più preziosi, ma la vetta più alta viene toccata da Giotto nella Cappella degli Scrovegni, quando un Giuda brutto e dal volto malvagio cerca di abbracciare Cristo, avvolgendolo nel suo mantello giallo, mentre Cristo lo fulmina con uno sguardo severo e sprezzante.

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Bacio di Giuda; Giotto

Nel frattempo Dante in un solo verso: “la bocca mi baciò tutto tremante” fissa per l’eternità l’ansia di due corpi che fremono e di due labbra che si cercano. Si tratta del bacio tra Paolo e Francesca, collocati nel girone infernale dei lussuriosi pur comprendendo la forza dell’amore che li ha spinti ad infrangere le regole della morale e della convivenza. Shakespeare ha lasciato altre pagine indimenticabili sul bacio, quello tra Romeo e Giulietta quando parla del bacio di lui a quello che egli crede il cadavere di lei: “Labbra, voi, porte del respiro, suggellate con un giusto bacio il contratto senza termine con la morte ingorda…” [Terza scena del V atto di Romeo e Giulietta]. Nella Roma Antica è celebre il Carme V di Catullo: “Dammi mille baci e poi cento, poi altri mille e poi ancora cento; ancora un secondo centinaio e poi ancora mille… fino a non poterli più contare”.
Nel ‘300, il Decamerone del Boccaccio, tra quelle cento novelle sono tantissimi i baci, ma forse il più bello, resta quello del bolognese Gentile de’ Carisendi, il quale amò e rispettò sempre Caterina di Nicoluccio Caccianemico, perché sposa di un altro. Per dimenticarla accettò di trasferirsi a Modena come podestà: là apprese che ella era morta improvvisamente e decise allora di recarsi a renderle l’estremo omaggio: “E questo detto, essendo già notte, dato ordine come la sua andata occulta fosse, con un suo famigliare montato a cavallo, senza restare colà pervenne dove seppellita era la donna; e aperta la sepoltura, in quella diligentemente entrò, e postosi a giacere allato il suo viso a quello della donna accostò, e più volte con molte lacrime piangendo il baciò…” [Novella quarta della giornata X]. Nel campo dell’opera lirica abbiamo poi il bacio tragico di Tosca, la quale, prima di uccidere il perfido barone Scarpia con una vibrante pugnalata, gli grida furiosa: “Questo è il bacio di Tosca!”.

Il colmo della lussuria attraverso il bacio lo si vede tra Ottocento e Novecento, dove dà un ininterrotto spettacolo di sé il poeta, Gabriele D’Annunzio. Dall’età di diciannove anni, traspone in versi le sue “imprese” erotiche con un protagonismo ed un narcisismo sfacciati: ed il bacio, anzi i baci, diventano una gloriosa bandiera: “Ch’io senta fremerti – la bocca odorosa di arancia, – fresca, vermiglia, ne ’l bacio mio” [1882: a Giselda Zucconi, Lalla]; “Chino a lei su la bocca io tutto, come a bere – da un calice, fremendo di conquista, sentivo – le punte del suo petto dirizzarsi, al lascivo – tentar de le mie dita, quali carnosi fiori…” [1883: a Maria Hardouin dei duchi di Gallese]; “Ma, come fummo al sommo, la bocca ansante m’offerse – ella: feriva il sole quel pallor suo di neve…” [1887: le labbra sono di Barbara Leoni e il bacio “fatale” scocca nel parco di Villa Medici, a Roma”].

L’Ottocento ha la palma del bacio più famoso in assoluto, quello immortalato da Francesco Hayez e conservato nella pinacoteca di Brera, un’icona del romanticismo, ripresa ed imitata all’infinito dalle scatole dei cioccolatini alla colta citazione del regista Luchino Visconti in una scena del suo film Senso. Sul versante del marmo Antonio Canova glorifica il bacio in un celebre gruppo scultoreo Amore e Psiche conservato al Louvre, nel quale dal freddo della materia inanimata sprigiona il vento delle passioni ed il fremito dei corpi che si congiungono in un bacio nitido e puro come acqua di roccia. In Francia Gerome rivisita e rende attuale l’antica storia di Pigmalione, scultore abilissimo che si innamora di una sua statua Galatea alla quale infonde la vita attraverso un bacio e la fanciulla assume forme umane di un tale splendore. Con Klimt, già nel Novecento e nel suo famosissimo Bacio s’immortala l’attimo fuggente in cui universo maschile e femminile si compenetrano, in cui i due amanti sono racchiusi in un anelito di pura sensualità ed ascesi mistica.

Pittura e scultura cedono negli ultimi decenni anche ad altre arti e dalla fotografia al cinema, la prerogativa di illustrare la magia del bacio. Sullo schermo vi sono numerosi esempi di baci rimasti nell’immaginario collettivo da quello tra Clark Gable e Vivien Leigh in Via col vento, a quello tra Marcello Mastroianni e Anita Ekberg nella fontana di Trevi della “Dolce Vita” di Fellini, senza tenere conto dei numerosi baci elargiti a varie partner dal bello per eccellenza Rodolfo Valentino o nel bacio cinematografico passato alla storia come il più lungo e intenso, l’avvinghiamento amoroso fra Ingrid Bergman e Cary Grant in “Notorius” che dura nel complesso più di due minuti e mezzo, ma in realtà è fatto di parecchi baci più corti e di molte parole sospirate e inframmezzate fra un bacio e l’altro.

Il fotografo italiano Oliviero Toscani avvezzo alle provocazioni, nel 1991 pensa a una campagna per Benetton: un prete che sfiora le labbra di una suora e, anche se la faccenda era prima di tutto mediatica la nuova pubblicità scandalo fa parlare e muove le coscienze. In Italia l’immagine viene censurata per le pressioni del Vaticano, in Francia per quelle di alcune associazioni religiose. Un bacio, evento di per sé nell’ordine naturale delle cose, se è fuori contesto, accende gli animi e mette in moto la reazione. E difatti vent’anni dopo il copione e la storia si ripetono: molte le proteste anche nel 2011 in un replay di baci pubblicitari frutto di fotomontaggio fra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel; Barack Obama e Hu Jintao; Papa Benedetto XVI e l’imam del Cairo. Ritirata poi per le proteste vaticane, anche se il titolo e le intenzioni della campagna erano tutt’altre: Unhate, contro l’odio.

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Oliviero Toscani 1991

Il bacio scandaloso della regina Garbo nel film La regina Cristina di Rouben Mamoulian del 1933. La contessa Ebba Sparre arriva allegra nella sontuosa stanza della regina Cristina e subito si piega a baciarle la mano sinistra, ma la Regina la fa alzare, le prende il volto fra le mani e la bacia sulle labbra con fresca e disinvolta passione, Greta Garbo interpreta la sovrana di Svezia e questo è fra i primi baci lesbo del cinema, gesto, quello della Garbo, che ancora variamente ispirò le star contemporanee — da Madonna e Britney Spears a Penelope Cruz e Scarlett Johansson.

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Greta Garbo ne “la regina Cristina”

L’11 giugno 2011 a Vancouver, dopo una partita di hockey su ghiaccio persa dai canadesi, si scatenano risse e disordini e due ragazzi vengono immortalati mentre si baciano sull’asfalto dopo essere rimasti intrappolati per caso fra i tifosi e la polizia che caricava, lei è caduta, colpita da uno scudo, e lui cercava di consolarla, accarezzandola e dicendole di stare tranquilla. Il “Riot Kiss”, il bacio della sommossa, diventa subito virale in Rete. Lo scatto del fotografo Richard Lam, diventa subito iconico ed è paragonato al bacio di Alfred Eisenstaedt, quando alle 17:51 precise del 14 agosto 1945 un marinaio e un’infermiera si scambiarono forse il bacio più celebre della storia contemporanea, in una Times Square affollata e festante per l’annuncio della vittoria sul Giappone e la fine della Seconda guerra mondiale.

Per finire nelle favole e nei cartoni animati che celebrano baci casti ma dotati di poteri prodigiosi, come il risveglio de “la Bella addormentata nel bosco” dopo che è stata punta o nel grande bacio finale de “la Bella e la Bestia”. Ultradecennali e attuali sono i messaggini con frasi d’amore contenute nei Baci Perugina, mentre tra le canzoni possiamo stilare un piccola playlist:

1. Kasabian – Goodbye Kiss
2. Katy Perry – I kissed a girl
3. Jovanotti – Baciami ancora
4. Faith Hill – This Kiss
5. Prince – Kiss
6. Billie Myers – Kiss the Rain
7. Carmen Consoli – L’ultimo bacio
8. Adriano Celentano – 24 mila baci
9. George Michael – Kissing a fool
10. Adriano Celentano – Il tuo bacio è come un rock
11. P!nk – Blow me (one last kiss)
12. Cesare Cremonini – Il primo bacio sulla luna
13. Sixpence None The Richer – Kiss me
14. Artisti vari – Bésame mucho
15. Taylor Swift – Last Kiss
16. Michel Buble – Kissing a fool

Menzione speciale e veloce per chi del bacio ne ha fatto un’identità per una rockband: the “Kiss”

L’ultima citazione, ormai necessaria è quella della scena finale del film “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore dove: Totò non può fare altro che tornare a Roma con una bobina di pellicola che gli ha lasciato in eredità Alfredo: questa è un montaggio dei baci censurati da don Adelfio e la sua proiezione commuove Salvatore che con quelle immagini ricorda la sua infanzia.

https://www.youtube.com/watch?v=nMTYTRapJes

Insomma una serie interminabile di citazioni che mostrano quanto il bacio goda di buona fama e faccia bene alla salute, senza considerare la mononucleosi infettiva, la così detta malattia da bacio, ma davanti a labbra sensuali ed invitanti siamo pronti a correre qualsiasi rischio e, ne siamo certi, così si comporteranno i nostri discendenti fino all’ultima generazione.

La crisi dei partiti e della politica italiana (in 2 punti).

1) Il punto di vista storico dagli anni 80 ad oggi

La politica interna di partito in Italia con l’inizio della seconda repubblica ha subito una modifica nel ruolo del segretario. Dal secondo dopo guerra, il segretario, si presentava ai suoi elettori come il “portavoce del movimento” fedelissimo alla corrente ideologica. Caratteristica diventata sempre meno frequente perché sostituita, con i successivi sviluppi storici, dalla funzione di “leadership del gruppo”. Cioè una personalità da seguire, dove il partito rappresenta la sua corrente e si personalizza al segretario-leader.

I primi passi di questo cambiamento arrivano all’inizio degli anni 80, dove i cittadini dalla loro parte maturano una netta inversione di tendenza rispetto alle lotte e all’impegno politico e sociale del ventennio precedente (L’era del Riflusso nella sfera del privato). Fuori dall’Italia ci sono due precursori della politica dei leader: Margaret Thatcher e Ronald Reagan i profeti della rivoluzione neoliberista (meno stato, più individuo).

Nello stivale, invece, il boom delle televisioni di Silvio Berlusconi coinvolge “l’Homo Ludens” e dall’83 i governi del socialista Bettino Craxi adottano lo stile leadership proprio quando apre le porte del Partito Socialista per guadagnare gli elettori alle altre egemonie politiche (Democrazia Cristiana e Partito Comunista). Quest’epoca finisce con la caduta del comunismo e del muro di Berlino ma fino alla primavera del 1992, le cose nel bel paese rimangono sospese fino a quando le crepe del sistema italiano non reggono più e niente è stato poi come prima. Il socialista Mario Chiesa viene colto in flagranza di corruzione e scoppia lo scandalo “Mani Pulite”.

Dopo il processo spariscono dalla scena politica molti dei vecchi partiti (quelli che prendevano il nome dell’ideologia) e dalle elezioni del 1994 in poi a competere ci sono nuove forze con nuovi volti e con dei nuovi nomi che questa volta che si prospettano di allargare il loro elettorato oltre i confini ideologici. Anche perché dopo Tangentopoli, molti potentati locali hanno avuto l’occasione – e la tentazione – di mettersi in proprio, cercando in qualche caso di sbarcare anche sulla scena nazionale. Complice un sistema elettorale che premiava formazioni con un peso potenzialmente decisivo nel determinare la vittoria finale di questa o quella coalizione. Processo che condurrà ad un suicidio più o meno di tutti i partiti con questo modo di fare.

Oggi, invece, cercando di uscire dal berlusconismo, l’Italia fatica a trovare un orientamento sulla scena politica e si affida al vecchio schema: la contrapposizione personale al governo “pro o contro Renzi”. I partiti, ormai indeboliti nei loro ancoraggi sociali e ideologici, subiscono:

  • lo smembramento interno sotto i colpi della personalizzazione; 
  • la centralità decisionista dell’esecutivo e del premier che mettono fuorigioco il parlamento; 
  • la “colonizzazione mediatica” della vita quotidiana che muta drasticamente i circuiti della partecipazione e scalza i partiti dal loro presidio secolare della discussione.

Quella del leader però non è una avanzata senza ostacoli, contro di sé può avere sempre due poteri che trascendono i circuiti elettorali: la Magistratura e i Media, gli arbitri più autorevoli e insidiosi. Molto più diverso delle improbabili derive autoritarie, il nuovo sistema deve sempre difendersi dalla propria fragilità, che è la sua solitudine sempre in balia di un consenso volatile.

2) Noiosissima analisi tecnica sulle capacità di risposta dei leader alle domande sociali. (bla bla bla)

La crisi attuale dei partiti e della politica è ovviamente il frutto della carenza di basi sociali e della loro forza e coesione e dal deficit di rappresentanza. Ma come possono gli attori politici ritrovare un canale più diretto ed efficace per rispondere alle domande sociali?

Il carisma di un leader può ispirare nell’elettorato un sentimento di fiducia, e a fasi alterne, un’approvazione per le politiche che propone. Lo stesso carisma però che cerca di “bucare lo schermo”, dote fondamentale nell’epoca dove le principali attività di comunicazione politica ruotano intorno all’accesso del mezzo televisivo e degli altri media che ne sono satellitiNon c’è ascesa di leader, oggi, che non sia strettamente intrecciata al suo successo mediatico. Il messaggio del leader si focalizzata sul protagonismo – nel bene e nel male – dell’individuo.

Il sistema dei media sviluppatosi come arena di discussione critica sui principali eventi di interesse pubblico, tende oggi a privilegiare la “notiziabilità” (cioè l’attitudine di un evento a essere trasformato in notizia) legata a personalità di spicco, meglio fungibili per le crescenti esigenze di spettacolarizzazione di un pubblico di massa. Se l’ascesa dei partiti in passato era proporzionata al loro controllo capillare sui principali circuiti di comunicazione territoriale, oggi con la massmedializzazione si riesce a promuovere l’ascesa dei leader di partito nelle vesti di comunicatori carismatici tramite i media.

Un caso che ha fatto la storia è rappresentato dal third party con cui il miliardario texano Ross Perot tentò, nel 1992, la scalata alla Casa Bianca. Creò ex novo una rete di “club” sul territorio, investì ingentissime risorse finanziarie nell’acquisto di spazi televisivi che gestì in totale autonomia, con il format degli infomercials. Bypassando il dibattito e l’analisi critica delle proprie proposte, trasformate in un messaggio unidirezionale formulato con un utilizzo professionale delle tecniche pubblicitarie. Il modello ideato da Perot ispirò e spianò la strada alla creazione, pochi mesi dopo, di Forza Italia.

Nelle analisi del successo di Silvio Berlusconi si tende a sottolineare la sua piena disponibilità del proprio network televisivo, unita alle indubbie doti di grande comunicatore e alla conoscenza dei palinsesti maturata in anni di esperienza imprenditoriale nel campo. Ma non meno importante, per la riuscita di una operazione così complessa e in tempi così brevi, si rivelò l’utilizzo della penetrazione territoriale di due importanti società facenti capo all’ex-Cavaliere. L’ampiezza e la solidità del controllo patrimoniale sull’organizzazione registrato con Forza Italia rappresentano un caso limite, o, più precisamente, idealtipico della personalizzazione del partito. Dando luogo a quella fusione tra partito e persona nota, appunto, come partito personale.

Va bene, grazie, io ho finito.


 

 

  • Scritto da Roberto Del Latte
  • Fonti Mauro CaliseLa democrazia del leader; La Nostra Storia de l’Espresso.